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Storia di Arezzo


Storia della città di Arezzo
 
Quando Roma non era ancora nata, Arezzo, era una delle più forti e possenti città etrusche. La testimonianza di numerosi e importanti reperti archeologici dimostrano lo splendore delle arti e la perfezione dell'artigianato aretino in un'epoca in cui tutti i popoli italici erano soltanto al primo stadio della civiltà. Delle possenti mura che cingevano l'etrusca Arezzo, non rimangono oggi che pochi ruderi. Sul pendio del colle di San Cornelio, donde aveva inizio la città che si estendeva verso la valle in forma di croce, come ricorda il nome della porta Colcitrone, che significava "crucifera ". Furono i Romani ad abbattere le forti e belle mura della città, che a lungo e valorosamente aveva resistito alla loro espansione. Ben presto Arezzo, come una dopo l'altra tutte le città della Confederazione etrusca, si trovò ad essere attratta nell'orbita della nuova città romulea, che si palesava pericolosa rivale; Arezzo tentò con ogni modo di salvare la propria indipendenza,ora stringendo patti di alleanza ed amichevoli relazioni commerciali, ora contrastando apertamente o per bocca di ambasciatori o con la forza delle armi. Così, per esempio, nel 294 a.C. concluse con Roma un trattato di reciproco aiuto, per cui ottenne un esercito romano contro i Galli Senoni che avevano oltrepassato il Po e la minacciavano ormai da vicino; per questo intervento armato la città fu salva. All'epoca della seconda guerra punica Arezzo si dimostrò alleata fedele di Roma, tanto che i suoi abitanti ebbero, in riconoscimento della loro fedeltà, la cittadinanza romana e furono aggregati alla tribù Pomptina. Poi però le legioni di Roma occuparono militarmente tutta quanta la Penisola ed il valore dei cittadini non fu sufficiente a salvare Arezzo dalla conquista romana.
 
La vittoriosa rivale, abbattute le mura, costrinse gli Aretini a servire i nuovi coloni, ad erigere i colonnati delle basiliche o gli anfiteatri sopra le loro antiche necropoli, ma selciò anche nuove strade, costruì acquedotti, incrementò i commerci, trasformò la città etrusca in una importante stazione militare romana sulla Via Cassia, diede nuovo impulso all'arte dei vasai. Mentre Mario e Silla si contendevano il dominio di Arezzo, sorgeva nella romana Arretium l'arte figulina.
La finissima, quasi impalpabile argilla che si trova in abbondanza nel terreno intorno ad Arezzo faceva infatti nascere l'idea di riprodurre con questa terra cotta i magnifici vasi d'argento e d'oro che Mario aveva riportato da Atene; le riproduzioni effettuate dai più esperti vecchi vasai etruschi guidati da schiavi greci o da operai espressamente fatti venire dalla Grecia, emularono ben presto la fama dei vasi di Samo, di Pergamo, di Samotracia. Erano anfore, tazze, boccali o semplici piatti, dove il popolo beveva o mangiava normalmente con noncuranza. Verso la fine del I secolo a. C. gli «Arretina vasa» erano divenuti così famosi, da essere ricercati non solo in tutta la Penisola Italica, ma nelle Gallie, nella Spagna, nell'Africa Settentrionale. In Arezzo, trascurando le minori, esistevano più di venti fabbriche con numerosi operai; le più famose
erano le botteghe, tramandate da padre in figlio, delle famiglie Ansia, Rasinia,Umbricia, Memmia, nomi che si leggono a rilievo in numerosissimi vasi o frammenti, come sigillo di fabbricazione.
La Cattedrale Purtroppo I'avvento del Cristianesimo fece decadere quest'arte, perchè l'ornamentazione dei vasi era ispirata agli antichi miti o a scene di vita pagana, e quindi di i cristiani non li comperavano; a poco a poco anzi le fabbriche si chiusero e degli splendidi vasi aretini si perdette persino la memoria, fino a che gli scavi non ne riportarono qualcuno alla luce. Ma nell'epoca romana I'industria figulina era fiorentissima sì da rendere ricca e rinomata la città, che si abbellì di splendide ville con pavimenti a mosaico, di sontuosi edifici pubblici, di terme e di teatri. Tuttavia Arezzo, che si trovava sulla grande strada di transito, finì per essere campo di battaglia fra le orde barbariche calate dal nord e gli eserciti romani inviati ad impedire il passaggio; dovette così subire più volte assalti, saccheggi e distinizioni. Fu occupata dai Longobardi, poi dai Franchi; quindi passò a far parte del Marchesato di Toscana.
Nel frattempo era andata aumentando I'autorità dei vescovi; il Cristianesimo si era diffuso molto presto in Arezzo e già nel IV secolo la Chiesa aretina era in efficienza e ben organizzata.
In Arezzo, me in moltissime altre città d'Italia in quel periodo, i vescovi assunsero dunque il ruolo di strenui difensori della romanità, imponendosi col prestigio dell'autorità spirituale agli stessi barbari invasori. Poco dopo il Mille anche in Arezzo cominciarono a istituirsi e a prender via via sempre maggior vigore quegli ordinamenti democratici, quelle organizzazioni artigiane, che porteranno alla costituzione del libero Comune. Tuttavia la vita della popolazione e la floridezza cittadina erano basate sull'agricoltura; perciò i nobili feudatari e prima di tutti il vescovo-conte, i quali possedevano quasi tutte le terre del contado, conservarono sempre un posto preminente ed una grande autorità nella politica del Comune. Nel frattempo Firenie si era andata ingrandendo ed aveva potuto sviluppare un fiorente artigianato e varie industrie; mirava quindi ad espandere la sua sfera d'influenza politica e ad acquisire nuovi mercati per lo smercio dei suoi prodotti. Nella seconda metà del secolo XIII Arezzo lottò a lungo contro Firenze e gli altri comuni guelfi di Toscana. Nel I287 Fiorentini e Senesi alleati assediarono Arezzo, strenuamente difesa dal popolo guidato dal suo vescovo Guglielmino Ubertini, ma fallirono e si allontanarono. Ma gli Aretini li inseguirono e Crocifisso del Cimabuesconfissero decisamente i Senesi a Pieve del Toppo (1288); sul campo di battaglia rimase ucciso anche Lano da Siena, come ricorda l'Alighieri (Inferno XIII v. 120). L'anno seguente però tutti i guelfi di Toscana si coalizzarono contro Arezzo e gli altri Comuni ghibellini e nella famosa battaglia di Campaldino, l'11 giugno 1289, li batterono rovinosamente. In questo periodo, pur tanto burrascoso e non sempre fortunato, che va dall'inizio del secolo XIII alla morte di Guido dei Tarlati (1327), Arezzo conseguì una magnificenza ed una floridezza non mai prima e non più dopo godute: vi convenivano i migliori artisti dell'epoca, chiamati a costruire nuove chiese e nuovi palazzi o a decorare quelli già esistenti; fioriva I'università, dalla quale uscivano eccelsi teologi e rinomati giuristi. Ma dopo la morte del grande Vescovo e Signore cominciò la decadenza, e dieci anni più tardi la città fu ceduta alla rivale Firenze, perdendo così definitivamente la sua libertà. È vero che gli Aretini non subirono tale perdita rimanendo passivi; al contrario, tra la fine del XIV e I'inizio del XVI secolo più volte insorsero tentando riconquistare l'indipendenza , ma dopo I'avvento della Signoria medicea gli Aretini abbandonarono I'idea di ribellarsi, e la formazione del Ducato di Toscana (divenuto poi Granducato) deferito ancora dai Medici riportò la tranquillità in tutta la regione: Arezzo entrò a farne parte insieme con Firenze e con tutte le altre città della Toscana. Seguì un lungo periodo di calma sa, turbata solo nel 1799 dall'invasione delle napoleoniche truppe francesi che però furono scacciati. Con il 1815, dopo il Congresso di Vienna, Arezzo e tutta la provincia tornarono a far parte del ricostituito Granducato di Toscana, finché nel 1861 in seguito a plebiscito furono annesse al Regno d'Italia
Massimo Gianni, 2007