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Storia della Torre e ..


 Torre Santa Flora, l'emozione di abitare la storia

Soggiornare al Torre Santa Flora significa in primo luogo emozione di abitare la storia: i suoi ambienti custodiscono una storia millenaria. Iniziata nell’ottavo secolo dai Longobardi che edificarono la Torre e proseguita dai Monaci Benedettini, che in questi edifici raccoglievano il grano delle terre adiacenti e producevano farina...

Il Casentino, una delle vallate più belle e più note d’Italia, è caratterizzato geograficamente dal corso iniziale dell’Arno.
Il fiume, con i suoi affluenti, non ha solo determinato l’assetto geografico territoriale, ma ha accompagnato anche il cammino della storia umana, dai suoi inizi ad oggi.
Fin dall’età del bronzo (da noi 1500 anni avanti Cristo) i pastori casentinesi e romagnoli scendevano dagli Appennini e si recavano in Maremma per svernare con i loro greggi e armenti. La pratica della transumanza è durata fin quasi la metà del secolo XX. I pastori sono stati i primi ‘pendolari’ della storia e le vie da loro percorse sono le più antiche d’Italia, invariabilmente seguite “su le vestigia degli antichi padri” (D’Annunzio).
Le strade che costeggiavano l’Arno e i suoi affluenti (Rassina, Corsalone, Archiano, Staggia) erano quelle più praticate. In particolare la strada sulla sinistra idrografica del fiume era la “via maestra” (Via Maior), e dopo Bibbiena passava per Rassina, Subbiano, piano di Marcena, Ponte alla Chiassa, per dirigersi poi verso la Maremma.
Meno pacifico il transito degli eserciti. Il Casentino costituiva infatti un asse di penetrazione diretta tra Nord e Sud Italia. Quando Roma iniziò la sua inarrestabile avanzata, si spinse fino alla città etrsusca di Arezzo e di qui a Bologna e nella pianura padana. I consoli romani e i loro eserciti, come ricorda Tito Livio, provvidero di ponti e selciarono il percorso casentinese che conduceva direttamente da Arezzo verso la Via Emilia. Un chiaro ricordo di tutto questo è testimoniato dalla località Sesta (Ad Sextum) presso Castelnuovo di Subbiano. Il nome ricorda il sesto miglio di distanza (9 km) dalla città aretina.
Quando poi l’impero romano cominciò a sgretolarsi sotto i colpi delle popolazioni germaniche, dai valichi casentinesi cominciarono a scendere verso Roma gli eserciti nemici: Goti, Longobardi e Franchi. Questi si insediarono stabilmente nella vallata e la munirono di castelli e di fortilizi. Nelle antiche carte dell’Abbazia di S. Flora e della Canonica aretina tutto il territorio del Basso Casentino, compreso tra le pendici del Pratomagno e quelle di Catenaia, è denominato “Terra Barbaritana”, cioè territorio controllato dai “barbari” (Goti e Longobardi). In particolare la zona di Ponte Caliano è detta “Campo Barbarese” (oggi Campo Albarese, in località La Ginestra), cioè “accampamento dei barbari”.
Particolarmente importante era questa zona, perché costituiva l’ingresso e l’uscita dalla valle casentinese.
La strada principale, la Via Maior romana, partiva da Arezzo e proseguiva a dritto (recto itinere) nella bella piana tra Puglia e Ceciliano. Attraversava il torrente Chiassa con un ponte murato (Ponte alla Chiassa), proseguiva sempre a dritto per Borgo a Giovi e Ad Sextum (Castelnuovo), al sesto miglio dalla città. La strada scendeva nel borgo di Ponte Caliano e risaliva presso la località il Palazzo.
Il nome Palazzo, come anche Palazzuolo (Palatium) in epoca romana indicava un luogo di sosta e di ristoro lungo una via principale. La Via Maior casentinese procedeva poi per Subbiano, Calbenzano, Rassina…, e la Romagna.
Gli Annales Stadenses, manoscritto del sec. XII-XIII di un monastero della città di Stadt (Nord Germania), indicano questa strada come la miglior via (melior via) per andare in pellegrinaggio a Roma. Questa ‘via romea’ aveva una sosta obbligata nella zona di Subean (Subbiano), prima di Arretium (Arezzo).
Nel corso dei secoli il Palazzo ha subito notevoli trasformazioni e ampliamenti, fino a diventare nel 1600 una villa signorile. Ma il bel nome di origine latina e alcune antiche strutture centrali interne ci indicano chiaramente la funzione iniziale di questo complesso edilizio: un luogo di ristoro per uomini e cavalcature, lungo la Via Maior (Via Romea) casentinese.
Molto opportunamente oggi l’edificio è stato restituito alla sua originaria funzione.
La Torre di S. Flora, che si erge poderosa dal greto del fiume Arno fin bel oltre la piana sovrastante, ci porta invece al periodo delle invasioni ‘barbariche’ e risale originariamente al periodo longobardo (sec. VIII). Infatti questi esperti guerrieri posizionarono presso le vie principali e in luoghi opportuni molti fortilizi e ‘guardinghi’, cioè torri di avvistamento e di difesa.
Il luogo qui è quanto mai opportuno: c’è vicino la Via Maior; poco sotto un ponte murato (Ponte Caliano), che permette il transito da una parte all’altra del fiume; la torre inoltre era nel bel mezzo della valle, visibile dalle colline circostanti, per eventuali segnalazioni.
Quando le carte dell’Abbazia di S. Flora di Arezzo parlano di questo edificio siamo già nel XII secolo. Ma una costruzione così imponente insiste quasi certamente su di un precedente fortilizio, testimoniato anche da alcune grosse bozze di pietra poste alla base della costruzione.
Il Mulino adiacente alla Torre è di origine medievale; probabilmente è stato fatto costruire verso il 1100 dai monaci di S. Flora di Arezzo, che qui avevano molti beni, vicino a quelli della Canonica aretina.
Accanto al mulino c’era anche una Gualchiera, e cioè un locale e un’attrezzatura per la lavorazione dei panni e di altri materiali con la forza meccanica dell’acqua.
I monaci furono i restauratori della civiltà occidentale, dopo i disordini e le distruzioni dell’epoca barbarica: bonificarono terreni paludosi, custodirono i boschi, regimarono le acque, costruirono mulini e gualchiere, risistemarono ponti e strade.
Senza la preziosa opera dei monaci benedettini, che in Casentino hanno due magnifiche testimonianze nell’Abbazia di Prataglia e in Camaldoli, la civiltà moderna forse non sarebbe mai nata.
                                                                                        
Vicende della Torre di S. Flora
 
La prima notizia scritta riguardo al mulino e torre annessa risale al 1211: gli edifici erano oggetto di discussione tra l’Abbazia di S. Flora e Lucilla di Arezzo e i Canonici aretini; ambedue le istituzioni ne rivendicavano il possesso. La diatriba fu portata davanti al papa stesso. Sia Innocenzo III, il 3 agosto 1213, sia Onorio III nel 1217, decretarono in favore dell’Abbazia di S. Flora. La lite si concluse il 15 agosto 1218 con l’accettazione della sentenza da parte dei Canonici di Arezzo. L’Abbazia di S. Flora aveva potuto infatti dimostrare che da molto tempo (antiquitus) il complesso edilizio le apparteneva.
Con il progressivo decadere dell’abbazia, i possedimenti cominciarono ad essere venduti. Nel 1443 il podere e le proprietà del Palazzo vennero venduti a Pigli di Bartolo da Subbiano. Un secolo dopo, nel 1572, li troviamo in possesso di Jacopo e Nanni, detti del Palazzo, come riporta l’estimo di Subbiano di quell’anno: “Un mulino in su l’Arno, chiamato il Mulino del Palazzo, a due palmenti e Gualchiera; confina, a primo, Arno, a secondo, le piazze. Stimato 350 fiorini”.
Nel 1648 i proprietari sono ormai denominati Palazzeschi, cognome molto noto a Subbiano, che prende origine dalla località in cui abitavano, cioè il Palazzo. Infatti l’estimo ricorda che il mulino, ancora macinante, e tutto il resto appartenevano ad Antonio di Nicola Palazzeschi. Nel 1692 l’estimo indica come proprietaria Maria Palazzeschi di Bernardino Subiano; il mulino era ormai rovinato: “Un mulino posto al Palazzo, nel fiume Arno, in oggi non più macinante, che non si stima, ma che si mette qui per memoria, perché rendendosi macinante sia passato al Dazio”.
La notizia dell’estimo è assai interessante: infatti ci dice quando il mulino iniziò la sua decadenza e ci indica altresì che i Palazzeschi si erano imparentati con i Subiano, nella persona di Maria Subiano Palazzeschi. Per questo motivo troviamo nella Torre gli stemmi delle due famiglie gentilizie.
Si tratta di due stemmi simili. I Palazzeschi presentano come arma un leone e un toro rampanti, contrapposti e divisi da una pianta di pino, sormontato dal giglio fiorentino. I Subiano hanno più semplicemente un leone e un toro rampanti, contrapposti e divisi da una pianta d’alloro.
Ancora nel 1824, nel Catasto Lorenese, troviamo la famiglia Palazzeschi come proprietaria della Torre e della villa del Palazzo. Nel corso del XIX secolo subentrò la famiglia Ducci, che usufruì del Palazzo come Residenza di Campagna fino ai primi del '900, quando il Palazzo fu abitato da più famiglie contadine. Il Palazzo fu definitivamente abbandonato come residenza alla fine degli anni '60.

Dal 1992 la proprietà della Torre di Santa Flora e Lucilla e del Palazzo in Subbiano è di proprietà della famiglia Soldini.L'intervento di restauro del Palazzo fu iniziato nel 1993 e concluso nel 1996.
 
L'intervento di restauro effettuato sulla Torre è stato invece  avviato nel 1995 con interventi prioritari sul tetto. Successivamente i lavori sono stati sospesi per poter effettuare alcuni studi sulla Torre e quindi poter meglio capire come agire per mantenerla nella sua originaria struttura. Dopo attenti esami e studi e grazie anche alla sapiente guida della Sovrintendenza è stata completata l'opera nel Maggio del 2006. L'inaugurazione è avvenuta domenica 16 luglio 2006, alla presenza del sindaco di Arezzo avv. Giuseppe Fanfani Sindaco del Comune di Arezzo e del Sindaco di Subbiano Ilario Maggini .

Si ringrazia la famiglia Soldini e la Sovrintenza di Arezzo per aver restituito agli ospiti e ai visitatori un'importante testimonianza di arte e storia.

Don Antonio Bacci


 
Relazione sulle particolarità architettoniche della Torre
 
 
LATO EST
 
Di sicuro il terreno da questa parte è alquanto rialzato rispetto all’epoca dell’edificazione del complesso. Infatti, proprio alla attuale base si nota un arco a sesto acuto probabile conclusione di una porta architravata. Oggi l’arco appare tamponato (tardo sec. XII - inizi sec. XIII) Il paramento, fino a circa la base dell’arco è in forma pseudoisodoma, costituito da grosse bozze di arenaria disposte orizzontalmente.
Dalla base dell’arco in su notiamo una pezzatura diversa, più piccola, meno significativa e meno accurata nella scelta, salvo che nei cantonali, alcuni dei quali appartengono di sicuro ad interventi di restauro piuttosto tardi, come dimostrano le scalpellature a baccellature parallele (sec. XVI-XVII ?).
Proprio sopra la volta antica c’è una piccola finestra un tempo con architrave sorretto da mensole sporgenti dagli stipiti, in seguito scalpellate e rifilate (tardo sec. XIV – inizi sec. XV).
Più in alto si notano due grandi finestre sfalsate e su differenti piani. Esse sono con arco a tutto sesto e ganci laterali esterni per sorreggere un palo orizzontale quale sostegno di tende, stuoie ecc. Si tratta di un accessorio alquanto comune nel medioevo, magari tardo. (Cfr. gli affreschi di Piero della Francesca). Fra la prima finestra ed il finestrino sottostante si nota una feritoia. Queste finestre sono riconducibili al XIV secolo seppur una tipologia simile si riscontra anche in costruzioni successive.
Le ampie spalliere interne ai lati di ogni finestra servivano per sedersi e sfruttare la luce del sole, per lavori specialmente donneschi (cucito e simili) e per la lettura.
 
LATO SUD
 
Si tratta della facciata più interessante. La porzione basilare che appare essere ovviamente la più antica, ci dimostra che tutto il fabbricato così come a noi arrivato (Torre, Molino e Gualchiera) è stato costruito contemporaneamente. Infatti, se notiamo i cantonali della torre della parte sinistra (lato Arno) vediamo che sporgono dal filo della torre stessa, per formare il bello stipite destro della porta di accesso al molino ed alla gualchiera.
Questa porta era un tempo conclusa da un architrave sorretto da mensole sporgenti. Oggi l’architrave lo vediamo tagliato a filo delle mensole ed asportato.
A sinistra della porta, in basso, notiamo la volta a sesto acuto di quella che di sicuro era l’uscita delle acque dal molino. Oggi tutto appare interrato e tamponato.
A destra della porta, un po’ più in alto, si notano due feritoie, mentre la parte più in alto mostra prima una finestra con arco a tutto sesto e poi un’altra finestra con architrave sorretto da mensole; ambedue sono identiche a quelle del lato est.
Ciò non significa però che la Torre non possa insistere su di un precedente sito fortificato, di epoca longobarda, come già detto (terra barbaritana).
 
INTERNO
 
L’interno appare diviso in tre ambienti. Una specie di corridoio di fronte alla porta esterna, un grande ambiente sotto la torre, un piccolo ambiente verso l’Arno. All’interno degli stipiti della porta esterna si notano gli alloggi per i cardini e il lungo foro per accogliere la trave che bloccava dall’interno le ante della porta.
Per entrare nella base della Torre vediamo una porta in parte interrata. L’ambiente è coperto da una volta a botte in parte realizzata in mattoni. Si tratta di un intervento successivo alla prima edificazione: ce lo dimostra sia la presenza di mattoni che l’altezza dell’arco a sesto acuto del lato EST che oggi, se ancora aperto, si scontrerebbe con l’estradosso della volta stessa.
Sulle pareti E, W, S notiamo delle piccole nicchie oggi semicoperte dal fango; sulle pareti E, W notiamo due fori ad una certa altezza. La parete nord ha appoggiati due basamenti in muratura. Quello di sinistra è il più conservato e appare essere la bocca di adduzione dell’acqua per l’utilizzazione in una Gualchiera. Notiamo a destra le scale che portano alla sommità del basamento, la canaletta che prosegue una bocchetta ricavata sulla muraglia, gli incavi sulle pareti laterali della canaletta, accanto alla muraglia, a formare l’incastro per lo scorrimento di una saracinesca adibita per far defluire e regolare le acque utilizzate per far ruotare la pala che azionava il meccanismo paleoindustriale.
Il manufatto di destra è più o meno simile.
Sulla volta, sopra la porta, si nota un’apertura utilizzata sia per accedere al piano superiore senza uscire all’esterno, sia per trasferire fra i due piani i materiali occorrenti per la lavorazione ivi effettuata ed i prodotti finiti.
Sulla parte alta della parete est si nota una bocchetta.
L’ambiente più verso l’Arno conteneva un bel Molino da grano. Si notano due recenti grandi bocche per far entrare l’acqua (ma a parer mio ce ne dovevano essere altre più in basso, oggi sepolte). Dalle due bocche l’acqua penetrava in un grande vascone o cisterna la cui parete anteriore è oggi in gran parte rovinata. Sotto la detta parete si nota ancora la volta che permetteva all’acqua di defluire e quindi di far ruotare il “rotecene”, cioè la pala in legno che azionava tramite un albero la soprastante macina.
Si nota bene il basamento di due macine, con il foro in cui era alloggiato l’albero. Mancano le sottomacine e, ovviamente, le macine.
Sulla parete sud, sotto una feritoia, si nota la faccia interna dell’arco a sesto acuto che già avevamo notato all’esterno e spiegato per il deflusso in Arno delle acque utilizzate per la macinazione.
 
PARETE ESTERNA LATO ARNO
 
Questa parete è divisa in due parti unite a formare un angolo molto ampio. Le pietre non sono molto grosse, ma murate con forte calce.
 
PARETE NORD
 
A circa m. 1,20 dall’attuale terreno notiamo una finestrina con uno scivolo verso l’interno e con alloggi per una grata. Sopra c’è una feritoia ricavata sulla tamponatura di un’antichissima porta architravata e conclusa da arco a sesto acuto. A destra si nota una porzione di intonaco chiaro.
Più sopra c’è un ponte in legno con porta recente, mentre a lato di questa si nota una piccola feritoia tamponata. Più in alto appare una finestra architravata con mensoline, come quelle già notate sulla porzione più in alto degli altri lati (tardo sec. XIV-sec. XV).
A sinistra della finestra in alto c’è un grande stemma dei Palazzeschi (sec. XVII).
 
LATO OVEST
 
La parte bassa contiene il suddetto Molino. In epoca tarda questo appare essere stato rialzato per ricavarvi forse un’abitazione: si notano sulla parete i tagli obliqui degli spioventi di un tetto.
Sull’attuale terrazza (tetto del molino) si aprono due porte, una appare recente, l’altra, a nord, ha le mensoline aggettanti a sostenere l’architrave, come le finestre in alto di cui abbiamo detto. Sull’architrave uno stemma, forse della famiglia TORELLI che nel 1779 risulta conduttore del podere (fattore?)
La finestra del terzo piano (a destra) appare rifatta ed ha un arco in mattoni non troppo antichi (XVII-XVIII).
Più in alto c’è una finestra con architrave e mensoline. Mentre sopra la porta si apre una caditoia, per motivi di difesa.
Da notare alcuni cantonali in alto a sinistra che presentano una accentuata bugnatura tipica dei fabbricati tardo trecenteschi- quattrocenteschi.
 
CONCLUSIONI
 
Mi pare di poter dire che siamo di fronte ad almeno quattro fasi diacroniche della storia architettonica della torre.
A parte la probabile esistenza di un guardingo longobardo, o romano, l’attuale manufatto che accoglieva torre, molino e gualchiera risale ai sec. XII-XIII. Esso è in murature romaniche, ma con elementi piuttosto tardi come gli archi a sesto acuto.
In epoca incerta la torre viene scapitozzata pesantemente (problemi statici o militari?) e vengono modificate le altezze dei piani interni. Successivamente si procede alla ricostruzione. E’ in questa fase che viene costruita (o ricostruita) la volta a botte che obbliga alla tamponatura della porta (finestra) del lato est.
Qui vediamo una tipologia architettonica riconducibile al XIV secolo inoltrato, con le finestre a tutto sesto e con le murature meno accurate se non nei cantonali realizzati spesso con belle bozze puntinate.
Nella parte più alta notiamo le finestre con mensoline che sorreggono l’architrave, che abbiamo detto sono tipiche della fine del XIV secolo e degli inizi del XV. Questo fatto – unito alla presenza, seppur sporadica di elementi fittili nel paramento murario - ci dimostra un ulteriore intervento, forse di innalzamento o forse di restauro che porterà alla trasformazione del complesso in una casa-torre residenziale. Ce ne dà la prova anche la porta lato ovest con sopra lo stemma, che appare simile alle finestre più alte.
Non saprei datare bene la sommità, più stretta della sottostante porzione, ma la collocherei nel XVII secolo, salvo smentite da documenti esistenti.
La funzione della torre (alta più di 23 metri) era senz’altro di protezione degli opifici collocati nel suo piano terreno. Ciò non ne esclude una funzione di vigilanza sulla limitrofa viabilità e/o su un probabile facile guado collocato nei pressi. (Specialmente nella stagione estiva, quando gran parte dell’acqua dell’Arno veniva convogliata, per mezzo di semplici barriere provvisorie, verso il molino per poi rientrare in Arno a valle di questo).
Occorre supporre anche una rete di altri manufatti oggi interrati: canali di adduzione e di scarico. I primi dall’Arno, magari parecchie decine se non centinaia di metri più a monte, captavano l’acqua per portarla al molino nei periodo di magra.
 
EDIFICIO AD EST
 
 Ad est della Torre c’è un edificio interrato coperto da volta a botte in lastre di pietra. La parte finale era un tempo più elevata (si nota il taglio di roccia) e pavimentata in mattoni. La parte anteriore è stata tagliata e forse conteneva una parete con accesso.
Nella parte finale si nota a destra una grande apertura oggi richiusa. Quasi di fronte, sul cervello della volta, c’è una piccola apertura (cm. 30-40 per cm. 25 circa).
L’accuratezza della volta e la consistenza delle pareti ne fanno intuire un utilizzo importante.
Potrebbe trattarsi di un magazzino per derrate molto importanti: il grano ammassato in attesa della lavorazione; o semplicemente fosse per il grano del podere Palazzo.
 
INTERNO DEI SINGOLI PIANI: l’argomento è lasciato all’architetto e ai proprietari